Posted by: tonuzzu | 08/05/2008

Born in slavery: una nota sulla fotografia

Questo è il volto di William Casby, un “nato schiavo” fotografato da Richard Avedon (Richard Avedon: William Casby, born in slavery, Algiers, Louisiana, 24 March,1963). Colui che vedo nella foto è stato schiavo,il volto di William certifica la schiavitù e lo fa non già attraverso testiminianze storiche, ma attraverso un ordine nuovo di prove, in un certo senso sperimentali. Lo storico difronte a Wiilliam non è più un mediatore, la schiavitù è presentata senza mediazione, il fatto è definito senza il metodo. Ciò che mi tocca non è la “vita” della foto(nozione puramente ideologica) ma la certezza che il corpo fotografato mi tocca con i suoi propri raggi( i raggi che vengono dal passato) e non con una luce aggiunta successivamente. La luce con una determinata frequenza colpì il volto di William nella lontana primavera del 1963,quella luce emanò dal suo volto con un altra frequenza ed impressionò gli alogenuri d’ argento sensibili alla luce della macchina fotografica di Avedon. Ciò che mi sta toccando è la luce di quel lontano 1963.
Oggi presso i commentatori della fotografia (sociologi e semiologi) è di moda la relatività semantica, ma qualcosa di fondativo la fotografia lo ha: è un certificato di presenza, questo è il suo gene, questa è la sua evidenza. Sono d’ accordo, i fotografi sono tendenziosi e mentono, anche la fotografia può essere tendenziosa ma essenzialmente non mente, non mente mai sulla esistenza del referente, può farci tendere verso un significato ma non mente ontologicamente.
Si cerca la rarità del referente, si cerca il numen (il gesto epico), si cerca la prodezza(fotografare una goccia che cade), i creativi cercano la trovata. Tutte queste sorprese soggiaciono ad un principio di sfida. Il fotografo sfida le leggi del probabile, fotografa il notevole.Il fotografo rivaleggia con l’ artista, apprende da lui la retorica del quadro. Il fotografo ci dice di esser naturali, ci dice di sorridere quando siamo in posa. Il fotografo lavora tantissimo per far sembrare che quella foto determinata non sia la Morte. Rendere viva la foto è l’ansia mitica della morte. Tutti questi giovani fotografi che si agitano nel mondo, consacrandosi alla cattura dell’ attualità non sanno di essere agenti della morte. Forse la fotografia potrebbe corrispondere all’ irruzione della nostra società moderna di una morte al di fuori della religione.

Nota sulla fotografia ispirata ai distinguo illuminanti e alla critica di Roland Barthes


Responses

  1. […] https://chamberofmarvels.wordpress.com/2008/05/08/born-in-slavery-una-nota-sulla-fotografia/ […]


Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

Categories

%d bloggers like this: