Posted by: tonuzzu | 21/12/2007

Schiavi vecchi e nuove catene


In Africa la schiavitù non è mai terminata: è un percorso senza fine, si trasforma ma permane. La storia della schiavitù ha un suo percorso molto ben delineato. Quella dall’Africa occidentale verso le Americhe è più studiata e conosciuta, quella dall’Africa orientale molto meno. Non a caso sono in corso numerosi progetti di ricerca volti a tentare di stabilire il numero esatto di schiavi partiti dalla costa orientale. Questi schiavi, destinati alle mansioni più varie, venivano mandati dappertutto: in Asia centrale, in India occidentale, nel mediterraneo, nell’impero ottomano. Questi movimenti di genti davano vita in Africa a rotte, percorsi e piste che hanno portato alla creazione di insediamenti abitativi che si differenziano rispetto ad altre aree, perché le carovane venivano finanziate da personaggi non africani e venivano condotte da gente estranea al continente. I ricercatori hanno individuato tre macro-percorsi principali: uno verso nord (da Mogadiscio verso l’interno, l’attuale Somalia), uno centrale (verso l’odierna Repubblica democratica del Congo e la regione dei grandi laghi), un altro a sud, da Capo Delgado (il primo porto all’inizio del confine del Mozambico con la Tanzania) verso la zona del fiume Zambesi. Tutte le popolazioni che vivevano in prossimità di queste tre direttrici sono mutate in un arco di tempo abbastanza breve. Anche se gli schiavi in Africa sono sempre esistiti, la tratta è cresciuta in modo esponenziale nella prima metà dell’800, quando gli arabi prima e poi gli europei hanno intrapreso un commercio notevole proprio su queste tre rotte. Non va tuttavia dimenticato che la schiavitù in Africa non avveniva soltanto per cattura, ma talvolta era anche volontaria.Non sempre gli schiavi vivevano in condizioni miserevoli, anzi. Vi furono governatori schiavi in Africa, oppure schiavi domestici che erano assolutamente rispettati all’interno della famiglia. La schiavitù volontaria inoltre era spesso un rifugio dai frequenti disastri eco-ambientali che costringevano intere tribù a spostarsi verso la costa. Addirittura c’era una tribù dell’interno come tra i Nyamwezi che considerava la cattura degli schiavi come un momento di passaggio all’età matura dei ragazzi, mentre altre tribù diventavano un esercito, trasformandosi in guerrieri che si vendevano come mercenari a servizio dei finanziatori delle carovane». Naturalmente la tematica della schiavitù africana è un fenomeno complesso e differenziato, che sembra non finire mai. Anche oggi permangono l’ingiustizia sociale, le malattie, la mancanza di aiuti alle persone che hanno veramente bisogno. Allan Isaacman dell’Università del Minnesota – un esperto della tribù dei chikunda, che conosce benissimo la loro lingua, ha lavorato con loro ed è un accademico estremamente prestigioso nel suo campo ha detto: «Sapete qual è la schiavitù peggiore? Sono la massa di africane immigrate dal Senegal, dalla Nigeria e da altri paesi a rischio HIV, che nel fine settimana prendono il treno dalle città e vanno a prostituirsi per le strade di provincia, come avviene anche in Italia». Secondo Isaacman dovremmo riflettere alla rovescia: invece di continuare a commiserare le miserie africane (il colonialismo, i dittatori locali, la corruzione, ecc.) forse dovremmo soffermarci su fenomeni come questo, altamente diffusi – e certamente destabilizzanti a livello socio-economico – in tutta Europa.


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