Posted by: tonuzzu | 21/06/2007

Decrescita energetica e città della transizione


Ribelli contro i combustibili fossili si costituiscono in rete, cercando di sostituire l’azione politica, sinistramente e pericolosamente inattiva.
Rischia di diventare il fenomeno internet dell’anno: un’organizzazione dal basso, formata da privati cittadini, con un sito collaborativo (wiki), si propone di colmare un vuoto lasciato dalla politica ufficiale, inerme e schiava delle pressioni dei petrolieri, e progettare la civiltà del dopo-petrolio, nel segno della “decrescita energetica”. L’iniziativa è partita l’anno scorso da due cittadine anglosassoni: Kinsale, in Irlanda, e Totnes, nel Devon; ora sta lentamente contaminando varie municipalità del Regno Unito. Si chiama Transition Towns (città di transizione) e sta guadagnando sempre maggiore visibilità nella rete. Le comunità che hanno aderito sono per il momento una quindicina, ma ciò è comprensibile, dato il notevole impegno richiesto.Come ogni movimento che si rispetti, ha un capo carismatico: il docente universitario Rob Hopkins, che fa da coordinatore. Sulle riserve petrolifere Hopkins è uno dei pessimisti, uno di quelli che pensano che entro cinque anni il petrolio raggiungerà il picco di Hubbert, ovvero l’inizio del declino della capacità estrattiva. Secondo questa previsione, non c’è un “piano B”. L’era del petrolio sta volgendo precipitosamente verso la fine. Poiché non abbiamo ancora trovato un’altra fonte di energia sufficiente a sostituirlo, la sola risposta razionale è progettare la nostra decrescita energetica. Occorre pensare a una vera e propria economia di guerra: “La vita del dopo-petrolio sarà molto diversa da quella attuale”, sostiene Hopkins.“È bene evitare di riporre speranze in soluzioni impossibili”, incalza Hopkins, “come l’idrogeno, per esempio”. Per far circolare a idrogeno o a batteria le auto di una nazione come la Gran Bretagna occorrerebbero sessantasette centrali nucleari, oppure una centrale eolica più grande dell’intero Galles.I biocombustibili? Altra bufala: servirebbero venticinque milioni di ettari di terreno coltivato a colza, vale a dire quasi cinque volte la superficie coltivabile del Regno Unito. E bisogna pur mangiare. L’agricoltura attuale, più che produrre combustibili, sembra sia più votata al loro consumo: fertilizzanti sintetici derivati dal petrolio, pacciamatura con teli di plastica, pure derivati dal petrolio, e un sistema di produzione accentrato in grossi distretti monocolturali,che riforniscono interi continenti, tanto per consumare un po’ di carburante in più.Non tutti la pensano come Hopkins: George Monbiot, editorialista del Guardian, vicino al movimento dei townies, è convinto che il picco di Hubbert sia soltanto “relativamente vicino”. Potremmo avere da dieci a trent’anni davanti a noi, tenuto conto anche delle riserve di carbone.Ma il cambiamento climatico, dovuto all’eccesso di CO2 in atmosfera, si farà sentire pesantemente ben prima del picco. Al di là dei leader, è l’iniziativa dei singoli a costituire la forza del sistema. Ogni comunità sviluppa le proprie proposte, e le mette a disposizione di tutti, in pieno rispetto della filosofia hacker.Vi sono agricoltori e commercianti biologici che si interessano anche del tragitto dei loro prodotti, associazioni di cittadini che progettano di interrare tubi per estrarre dal sottosuolo calore d’inverno e frescura d’estate.Le proposte fioccano: vietare la pubblicità che stimola i consumi, installare pale eoliche, chiudere gli ipermercati, isolare termicamente le abitazioni, convertire appezzamenti inutilizzati in orti, piantare alberi come i noci, in grado di costituire fonte di cibo per eventuali emergenze alimentari, di abbattere efficientemente grandi quantità di anidride carbonica, ed essere eventualmente bruciati per produrre energia.Ma non ci si limita alla bioarchitettura. Le proposte abbracciano anche profondi cambiamenti nelle relazioni economiche, come l’introduzione una moneta sociale, che possa essere spesa solo per prodotti dell’economia locale, a minimo chilometraggio, oppure l’assegnazione a ogni prodotto di un punteggio, in relazione al peso del carburante impiegato per produrlo e portarlo a destinazione.

http://www.transitiontowns.org


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